Testimonianze: Il marrone ha elevati contenuti nutritivi, presenti nei frutti sia freschi che secchi. I glucidi raggiungono valore del 40% nei frutti freschi e del 73% in quelli essiccati. Forte anche la presenza del potassio fra gli elementi minerali e della vitamina C, mentre le calorie hanno valori variabili da 200 unita (frutti freschi) a 370 (frutti secchi). I marroni costituiscono un alimento sano, genuino, nutriente, di facile digeribilita, ottimo da inserire nelle diete alimentari mediterranee, per tutte le fasce di età.
Tecniche tipiche: La buona pezzatura e le ottime caratteristiche organolettiche lo rendono idoneo sia per il consumo fresco sia per la trasformazione industriale. Poiché è un frutto soggetto ad alternarsi rapidamente sia a terra che dopo la raccolta, occorre assicurare una buona conservazione. I metodi di conservazione più usati sono la curatura e l’essiccazione. Gran parte della produzione di marroni e di castagne nazionale e locale, è destinata al consumo fresco (circa il 70-80%), la quota restante è per lo più assorbita dall’industria dolciaria.
Origini storiche: Per quel che riguarda la storia dei marroni di Casola Valsenio e di Brisighella si sono fatte indagini che hanno tentato di risalire alle origini del castagneto da frutto e alla sua diffusione in zona, dove assunse rilevanza degna di nota dopo l’anno Mille. Gli artefici dei primi impianti di castagno, furono con buona probabilità individui riuniti in comunità religiose, come i monaci benedettini e quanti altri ruotavano attorno ai rettorati delle Pievi locali. Nessuno meglio di loro, detentori di una solida cultura, propagatori di alti valori di vita, poteva organizzare anche la messa a coltura del territorio, nonostante l’impervietà del suo profilo. Fu così che le popolazioni dell’Appennino Faentino ebbero a propria disposizione una pianta le cui origini erano arretrate in lontane ere geologiche (era cenozoica) al varco di vari milioni di anni e la cui provenienza si sarebbe rintracciata, solo in seguito in aree dell’Asia Minore molto vocate alle genesi di innumerevoli alberi da frutto, che hanno raggiunto con successo il terzo millennio dopo aver conquistato i continenti più ricettivi. Come l’Europa e in particolare il bacino del Mediterraneo, complici le civiltà più in vista che vi si spostavano con intenti commerciali. Sembra infatti che anche il merito dell’ingresso del castagno in Italia vada assegnato agli Etruschi. I Romani, perciò se lo trovarono già in casa e continuarono a coltivarlo pur relegando il suo frutto alla mensa plebea, come elemento farinaceo alternativo ad altri più usati per placare la fame. E la castagna assolse questo compito di sedare i morsi della fame addirittura nel corso dei secoli, tanto che solo da pochi decenni si è liberata dell’epiteto di “pane dei poveri”. Quali fossero i poveri in questione è deducibile dalla collocazione naturale dell’albero, nelle zone boscose e perciò meno coltivabili. Sono stati sfamati dalle castagne gli abitanti del medio e alto Appennino, un pò dunque nella penisola, i quali seppero sfruttare ogni minima potenzialità del frutto dalla dura scorza, poco dotata di potere proteico, ma versatile quanto alle sue trasformazioni in frutto secco e, di più, in sfarinati succedanei delle farine di cereali.


